Monumento Funerario di Giacomo Carafa

Il monumento è scolpito in marmo bianco e presenta un lineare schema architettonico rinascimentale, composto da una predella, due pilastri architravati, ed una lunetta fiancheggiata da due basi marmoree, sulle quali poggiavano due vasi, trasportati, verso la fine dell’Ottocento, nella sede vescovile di Gerace e dei quali non si ha più traccia. Nella predella è raffigurata l’immagine tradizionale del Cristo morto con i simboli della passione, fiancheggiata da due angeli adoranti; tra i pilastri è situato il sarcofago sormontato da tre pannelli con la Madonna con Bambino, San Pietro e Sant’Andrea; nella lunetta è rappresentata la scena dell’Annunciazione. Sul sarcofago e sulle basi dei pilastri sono scolpite le insegne araldiche della famiglia Carafa della Spina. Dall’epigrafe scolpita sul sarcofago sappiamo che il monumento fu fatto edificare per Giacomo Carafa, morto nel 1489, dal figlio Vincenzo. Un’altra epigrafe del 1637, posta in basso, attesta che l’opera fu fatta restaurare da Girolamo Carafa, IV marchese di Castelvetere.
Quest’opera di cui non si conosce l’autore ripete il modello del monumento funerario rinascimentale, che da Firenze si diffuse poi per tutta l’Itali assumendo particolari varianti nelle diverse regioni.
La sua struttura iconografica mostra una chiara derivazione da esempi napoletani e siciliani.
Mentre le parti decorative, come il fregio dell’architrave, le cendelabre, i festoni di frutta ed armi nelle loro raffinate variazioni testimoniano di un virtuosismo di rara finezza chiaroscurale che riecheggia certe decorazioni lombarde, introdotte nel meridione e soprattutto in Sicilia da Domenico Gagini e poi ampiamente diffuse dal figlio Antonello e dalla sua scuola.
Non a caso, proprio i festoni di fiori, frutta ed armi dei pilastri ricordano la decorazione plastica eseguita da Antonello Gagini e dai suoi allievi per la tribuna del Duomo di Palermo. Anche le sculture di questo monumento, un tempo dorato e policromato, presentano vocaboli gagineschi: il volto della Madonna, liscio e chiaro, con le palpebre chinate, il lieve sorriso e le due ciocche di capelli che scendono le incorniciano il viso, rammenta, infatti, quello della “Annunziata” della Chiesa della Gancia di Palermo eseguita da Antonello intorno al 1516, così come l’Annunciazione della lunetta ricorda la “Annunciazione” dei Gagini del Museo di Erice (1525). Il Cristo della predella infine, presenta strette analogie con il “Cristo morto” della Chiesa arcipretale di Soverato Sup., tradizionalmente attribuito al Gagini. Considerando questi agganci stilistici con opere dello scultore siciliano eseguite tra il 1516 e il 1525, si può avanzare l’ipotesi che l’opera sia stata eseguita nel secondo decennio del sec. XVI; il che trova, d’altronde, conferma ove si consideri che la Chiesa fu costruita tra il 1513 e il 1517 e che verosimilmente il sepolcri sia stato eseguito nel contesto di tali lavori di ricostruzione.
In fondo alla navata sinistra è la cappella del Sacro Cuore con balaustra e altare in marmi mischi, di tipico gusto settecentesco (eseguiti nel 1766 su committenza di Vincenzo Sergio, patrizio di Castelvetere, le cui armi gentilizie sono effigiate sui lati del paliotto).
Interessante anche la volta decorata con stucchi bianchi, dorati e dipinti, con quattro riquadri dove sono raffigurati gli evangelisti. Tutta la decorazione, che è in cattivo stato di conservazione, è opera, con ogni probabilità, di maestranze locali del sec. XIX.
Nella navata destra è la cappella di Sant’Ilarione, che presenta una decorazione a stucchi dorati di gusto neo-gotico del secolo scorso. Sulla destra in una nicchia la statua lignea del Santo patrono di Caulonia, opera eseguita da un artista serrese nel 1815.
La scultura è da ritenersi importante, a prescindere dal suo valore religioso, anche per l’aspetto storico-culturale che riveste.
Infatti, essa vuole ricordare come, nella nostra storia, al cristianesimo di rito greco sia subentrato un cristianesimo di rito latino. Sant’Ilarione è un santo orientale e nella liturgia greco-ortodossa si festeggia il 21 ottobre come nel calendario cattolico.
Certamente i fedeli di rito greco l’avrebbero potuto rappresentare sotto forma di icona sacra e non avrebbero potuto mai rappresentarlo in una scultura dove, per sorta di cose, vi è la terza dimensione (non dimentichiamo che il mondo bizantino ha combattuto le guerre della iconoclastia).
Si evidenzia, pertanto, che l’icona è una rappresentazione ieratica, immateriale dell’immagine sacra, mentre la scultura, per sua natura, è più corposa.
Il mondo bizantino ci aveva educato al culto delle icone, saranno i normanni e soprattutto gli spagnoli ad introdurre, presso di noi, il culto delle sculture.
Ecco perché la statua lignea di Santo Ilarione, vista in un conteso di sincretismo, tra riti antichi e nuovi, per noi assume un valore storico di non poca importanza.
Nella chiesa si conserva un interessante organo (molto danneggiato) con cassa totalmente indipendente, registri con tiranti a pomello, tastiera a “finestra” e pedaliera incassata. Nel vano della tastiera è segnata la data del 1762.
L’organo opportunamente restaurato, data la sua rarità, potrebbe costituire un valido supporto per l’esecuzione filologicamente corretta di pagine musicali del rinascimento e del barocco.
Tra gli arredi di argento rilevanti sono il braccio reliquiario di Sant’Ilarione, il calice e l’ostensorio.
Il braccio reliquiario è un dono fatto da un membro di casa Carafa. Infatti, sulla base è finemente inciso lo stemma di questa famiglia, che tra l’altro aveva il jus patronato sulla chiesa.
La sobrietà della decorazione di questo oggetto (su cui non si è rinvenuto alcun punzone) rappresenta quella certa tendenza a sviluppare forme semplici che si affermò tra gli argentieri napoletani fin dalla prima metà del seicento. Il calice fu donato alla chiesa dall’arciprete A. Passarelli nel 1745 e ciò è ancora leggibile sul bordo della base. Questo oggetto, su cui è inciso un punzone consolare di Napoli, è di manifattura eccellente e, per la sua ricca ed elegante decorazione, costituisce un bello esemplare di gusto rococò. L’ostensorio, commissionato nel 1804 da Vincenzo Maria Carafa ad una argentiere napoletano, è lavorato a getto e a cesello e pur collocandosi in pieno periodo di neo-classicismo rivela cifre stilistiche ancorate a modelli settecenteschi.
Usciti dalla Chiesa si percorre tutta la piazza fino alla parte più alta dove è l’ingresso della Badìa.
 
(Gustavo Cannizzaro, guida storico-turistica “Itinerari Cauloniesi”, Luglio 1999)

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