La Deesis di Caulonia (Aleksandra Vlaovic)

La Deesis di Caulonia (Aleksandra Vlaovic)

 di La Redazione , 27/04/2012

Sezione: Arte

Abstract:

  • L’affresco di Caulonia, situato nell’unica parte superstite della chiesa dedicata a San Zaccaria, rappresenta un bellissimo esempio dell’attrazione che l’arte costantinopolitana esercitava alla cultura occidentale oltre un secolo dopo il ritiro dei bizantini dalla penisola italica.
 

Affresco della chiesa di San Zaccaria, Caulonia

Stato di conservazione:
Coperto da una tettoia pressoché inadeguata a proteggerlo dalle intemperie, l’affresco si trova in condizioni alquanto precarie e mostra molte lacune e schiarite della pittura originaria. Nonostante i repentini appelli agli organi competenti, ancora non è stata trovata una soluzione per la corretta conservazione di questa importante testimonianza dell’epoca medievale.
Datazione: Presunto XII secolo.
Analisi storico-artistica:
A Caulonia, negli esigui resti della chiesa di San Zaccaria ridotta ormai alla sola abside, tutt’oggi si conserva un affresco di eccezionale valore storico-artistico, raffigurante la tipologia trimorfa della Deesis (figura 1). Secondo le rigide regole dell’iconografia bizantina vi sono effigiati Cristo al centro della composizione e di fianco a lui Vergine Maria e San Giovanni Battista. Tuttavia, desueta è l’ubicazione dell’affresco nel catino absidale, parte della chiesa solitamente riservata alla Vergine o agli altri episodi del ciclo cristologico. Tale allontanamento dai canoni relativi alla impaginazione delle immagini è abbastanza ricorrente nell’Italia meridionale, particolarmente nelle chiese rupestri e nelle cripte della Puglia, mentre non accade mai nell’ambito delle chiese metropolitane o episcopali. Tanto per citarne alcuni esempi, nella chiesa rupestre dedicata a San Lorenzo, presso Fasano in Puglia, un affresco raffigurante la Deesis datato all’XI secolo occupa lo spazio più significativo dell’abside (figura 2), come nel caso della vicina chiesa rupestre di Lama d’Antico risalente a cavallo dei secoli XI-XII, quest’ultimo ormai quasi illeggibile.

Affresco della chiesa rupestre di San Lorenzo, Fasano

Nella Deesis di Caulonia Cristo, assiso sul trono dorato ulteriormente impreziosito dalle bordure imperlate e motivi fitomorfi, è effigiato nell’atto benedicente, mentre nella mano sinistra regge un codice rilegato riportante la scritta greca in cui è stato riconosciuto il verso 12 del capitolo VIII del Vangelo di Giovanni: “Io sono la luce del mondo; chi seguirà me non camminerà nelle tenebre”. La Vergine e San Giovanni sono rappresentati in piedi, ambedue rivolti verso Cristo, con il capo leggermente flesso in avanti e le mani protese in segno di intercessione. Ai piedi della Vergine una scritta svela, probabilmente, il committente:”Ricordati, o Signore, del tuo servo Nicola Pere, prete, e perdonagli i peccati”. Non è da escludere che si tratti, invece, dell’autore del ciclo decorativo, dato che in alcuni manoscritti gli autori delle miniature utilizzavano l’identica formula che apponevano all’ultima pagina del codice. E’ il caso del Vangelo di Miroslav del XII secolo, oggi custodito nella Biblioteca Nazionale di Belgrado.

Cristo Pantocratore della Cappella Palatina, Palermo

Ma, di particolare interesse è la scritta che compare all’altezza della testa di Cristo, o filantropos, che in mancanza di altre fonti materiche risulta datante. Infatti, la chiesa di San Zaccaria compare per la prima volta nelle fonti nel 1324 e 1328, relative alle notizie sulle decime versate dai clerici alla diocesi di Gerace di cui la chiesa era suffraganea[1]. Il summenzionato epiteto è da collegare con la tendenza, diffusasi nella pittura bizantina alla fine del XII secolo, a conferire un aspetto più umanizzato ai personaggi sacri, accompagnata dall’uso dei nuovi termini enfatizzanti tale caratteristica[2].
Infatti, il volto di Cristo appare molto più umano con accenti realistici individuabili nelle blande ombreggiature che ne suggeriscono un volume quasi plastico. Il trattamento delle cadenze lineari delle pieghe delle tuniche è eseguito con sottili modulazioni di colore che le rendono più morbide, persino nel modo in cui è reso l’orlo inferiore del manto. Nonostante la posizione frontale di Cristo, conforme alla tradizione iconica bizantina, lui conquista la spazialità al di fuori della sfera celeste poggiando i piedi sulla cornice entro cui è serrata l’intera composizione. La scelta delle gamme cromatiche più chiare e la fluida stesura delle pennellate fanno supporre che per l’esecuzione dell’affresco di Caulonia fosse incaricato un pittore formato nelle botteghe di Costantinopoli, come spesso accadeva nelle scelte dei principi che prediligevano importare l’arte bizantina nei paesi come la Sicilia o in quelli dell’Europa orientale. E non solo: tra i vari accostamenti della figura di Cristo, il più accettabile sembra il confronto con il Cristo Pantocratore della Cappella Palatina di Palermo (figura 3), della cupola di Daphni e dell’abside centrale di San Marco di Venezia, tutti datati al XII secolo[3]. Le affinità si riscontrano nella forma del capo, negli stilemi del volto e, per ultima ma non meno significativa, nella espressione intimamente umanizzata di Cristo.

Foto di Aleksandra Vlaovic

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